::GoldThief::
Ladro D’oro
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Tratto dal manuale di Josi Desa Poru Dela Manica dal titolo “Sopravvivere almeno per tre giorni ai mondi al di là del muro”
C’è una storia molto curiosa che popola le più famose leggende popolari sin dall’alba dei tempi, da quando l’uomo ha incominciato i suoi primi passi verso la sua autodistruzione, in maniera passiva si capisce. Una storia che non solo è conosciuta sulla terra, ma anche negli altri mondi: stiamo parlando di una creatura molto antica e dal carattere un pò scontroso che si è accaparrata il soprannome di Ladro D’oro e non perchè rubi l’oro ma perchè adornato da numerosi tatuaggi interamente ricoperti del metallo prezioso.
C’è molta curiosità da parte delle popolazioni che conoscono questa creatura e la sua leggenda, per via delle imprese folli compiute nell’arco della sua vita e per il fatto che chiunque riesca a catturare questa creatura abbia diritto a un desiderio e mezzo.
Il suo principale, se non unico, talento, o abilità come la vogliate chiamare, è il rapire le persone. Qualsiasi persona, di qualsiasi classe sociale, indipendentemente da chi sia. Vi può rapire in qualunque momento e in qualsiasi luogo, anche il più impensabile o il più impenetrabile. Molte sono state le persone rapite, molti sono stati i mezzi messi a disposizione, anche interi eserciti, per la cattura di questa creatura, ma sono stati tutti vani. Ma iniziamo dal principio, a incominciare a spiegare un po di cose;

la storia del Ladro D’oro inizia quasi mille e settecento anni fà, nelle antiche terre d’Oriente, Nella Valle della Valle, quando un Imperatore, di cui non si conosce il nome certo, trovò durante una delle sue campagne di conquista, un vaso di porcellana, dall’aspetto ordinario, di poco valore. Una di quelle tante cianfrusaglie che le bancarelle propinano ai turisti, spacciandoli per oggetti pregiati e di alto valore. Almeno nella forma.
L’ Imperatore, preso in mano il vaso, fu attirato da un’incisione sul lato del vasellame, un’icona raffigurante una piccola rana blu, con dei segni gialli sul corpo, che rideva, mentre reggeva con una zampa una lunga pipa.
Incuriosito da quell’icona, portò il vaso dai Saggi Solitari, eremiti che dedicavano tutta la loro vita allo studio dei miti e delle arcane scritture per trovare risposta al quesito più importante dell’universo: il perchè. Di cosa non si sa, ma il perchè se lo continuano a chiedere. Non appena il Grande Saggio, capo dei Saggi, esaminò accuratamente il vaso, trasalì per un momento. Quasi stava per lanciare un urlo di spavento e lasciarsi scappare dalle mani il vaso, ma si trattenne a stento, sussultando un poco. Poi si riprese e si recò dall’Imperatore spiegandogli il significato di quell’incisione, dandogli infine un severo monito: se apriva quel vaso doveva misurare bene le sue parole, doveva pensare bene a quello che diceva alla creatura che ne sarebbe fuoriuscita una volta tolto il coperchio al vaso, o il mondo intero sarebbe entrato in una spirale di caos senza fine, fino a che la bestie liberata non sarà di nuovo rinchiusa nel vaso.
Ma l’imperatore, spinto dalla sua irrefrenabile curiosità, aprì il vaso e ne fuori uscì un ranocchio, grande quanto il palmo di una mano. Anche se a prima vista non sembrava un ranocchio vista la lunga coda, che nelle rane in genere non è presente. Per non parlare delle lunghe corna.
La carnagione era di un blu chiaro, costellato di strani simboli rotondeggianti color oro. Il capo, simile a quello di una rana, presentava al di sopra degli occhi delle lunga corna brune, dove le estremità erano appiattite dal davanti. Le zampe anteriori erano adornate di bracciali e lingue di pura seta, mentre quelle posteriori alle estremità delle dita erano presenti artigli smussati. La coda, l’elemento ambiguo in quello che sembra essere una rana, aveva annodata, con un drappo rosso, una sfera grigia con una grossa bocca e una lunga fila di enormi denti squadrati.
La rana, con il suo sguardo curioso si avvicinò all’imperatore un saltello dopo l’altro, con al coda arricciata sulla sfera, per mantenere probabilmente l’equilibrio. Una volta avvicinatasi all’imperatore srotolò la coda, e si portò vicino al volto la sfera che spalancò la bocca in modo minaccioso, come se volesse mettere in guardia l’Imperatore da qualcosa di losco. La rana gli parlò, e disse: «La mia pipa! Avete visto la mia pipa?» inclinando la sua testa su di un lato.
L’imperatore esitò a rispondere, un pò per l’emozione e un pò per il fatto che non si era mai trovato dinnanzi a una creatura simile: «Mi dispiace ma non abbiamo visto nessuna pipa qui in giro» rispose l’imperatore con un tono quasi imbarazzato e al tempo stesso emozionato «potresti descriverla?».
«E’ inammissibile! Poco fa era qui, vicino a me, e ora, voialtri che avete aperto la porta del mio vaso, mi dite che non la l’avete vista in giro? »
I toni della discussione degenerarono velocemente, ma la ciliegina sulla torta fu quando la rana offese gravemente l’Imperatore, dandogli del bugiardo e del mascalzone e che era meglio che tornasse a zappare l’orto da quanto era un incompetente. A quel punto l’Imperatore e i suoi uomini sguainarono le loro spade intimando alla rana di ritirare quelli insulti, ma rifiutò.
Quando le lame stavano per colpire a morte la rana, la sfera incominciò a ruotare, in maniera forsennata senza fermarsi fino a quando dalle enormi fauci di quello strano oggetto sferico una lunga lingua rosso fuoco colpì in pieno volto l’imperatore risucchiandolo al suo interno. Con stupore i guerrieri dell’Imperatore rimasero a guardare a la scena, sorpresi e incapacitati di quello che era appena accaduto al loro sovrano. Ad alcuni, per lo stupore, cadde la spada di mano. Poi la rana domandò ancora se qualcuno dei presenti aveva visto la sua pipa. Ma nessuno sapeva dove potesse essere finita, e la sfera risucchiò un’altra persona. Alcuni, presi dal panico, incominciarono a cercare dappertutto quella maledetta pipa, altri tentarono di scappare, ma la rana catturò anche quelli. I poveracci che erano rimasti a cercare invano la pipa fecero la stessa fine.
La rana fece un verso di soddisfazione per poi sparire nel nulla.
Questo fu il primo di una lunga serie di episodi. Molti dissero che la rana avrebbe smesso di rapire le persone fino a che la pipa non fosse ritornata in suo possesso, altri, i più catastrofici, dissero che non si sarebbe fermata fino a che non ogni persona non fosse finita nelle fauci della sua terribile sfera.
Ma gli studiosi, quelli che si occupano dei miti e leggende dei mondi e dintorni, hanno un’idea su chi possa essere la creatura in questione: questa specie di rana appartiene alla oramai estinta razza delle Anuri Deus Eu, che popolavano il pianeta ancora prima della comparsa delle primissime forme di vita. Quando non sapevano cosa fare, si riunivano in grossi gruppi per poi darsi dei nomi, alcuni molti elaborati, altri senza senso, alcuni addirittura erano indovinelli veri e propri. Questo era uno dei pochi svaghi permessi, visto che non avevano nulla da fare nel bel mezzo del brodo primordiale. Osservare gli organismi unicellulari che litigavano tra loro per decidere chi era il più adatto non era un grande svago per loro.
Questa creatura in particolare prese il nome di rana della valle del silenzio presso le cascate del vento sotteso alla luna di settembre.
Il nome venne rivelato in uno dei suoi ultimi rapimenti, reso celebre perchè…bè ora lo racconto; durante la festa per l’incoronazione della Regina di Olieta apparve all’improvviso, durante la solenne cerimonia, proprio nel mezzo della enorme sala, gremita da nobili, conti e gente facoltosa. In un primo momento nessuno si accorse della piccola creatura, visto che erano intenti a osservare la lunga, noiosa e barbosa cerimonia, ma dopo un pò alcuni incominciarono a sentire dei bisbigli generali provenire dal pubblico che assisteva all’incoronazione, soprattutto bisbigli provenire dalle donne che, spaventate, non capivano cosa stava saltellando sotto le loro voluminose gonne settecentesche. Fino a che un’urlo di spavento si levò in aria, interrompendo la funzione. Si sparse la voce che un topo stava gironzolando nella sala tra le gonne delle dame. Un bisbiglio generale si impadronì letteralmente della sala. Le donne alzarono le gonne per constatare l’eventuale presenza della rana. I signorotti li vicino approfittando del momento sbirciarono sotto le gonne delle signore e un fragoroso rumore di schiaffi si levò nella sala, seguiti da note di dolore da parte dei guardoni. La futura regina, sbigottita e imbarazzata per l’episodio sguainò una spada dal fodero di una guardia che era li vicino e si avvicinò al posto dove era stata avvistata la creatura prima si sparire, facendosi largo tra la folla.
«La mia pipa! Avete visto la mia pipa?»
Tutti i presenti si voltarono, cercando di capire chi aveva pronunciato quelle parole, poi un’uomo indicò il lampadario centrale che sovrastava con i suoi diamanti imponenti la sala, mentre con l’altra mano si teneva la guancia destra, rossa e dolorante per via del ceffone ricevuto. Era la rana che era saltata fino lassù per farsi ascoltare. La gente la riconobbe subito e ci fù un fuggi fuggi generale. Ma la futura regina inveì, interrompendo la fuga degli invitati, intimoriti da quel tono. Con la spada in mano disse alla rana di scendere e di regolare i conti. Interrompere una così importante cerimonia per una così futile richiesta era inammissibile, e meritava un chiarimento ed eventualmente anche una punizione. Senza battere ciglio al rana scese dal lampadario e si presentò gonfiando il petto in una bolla carnosa bluastra, come per pavoneggiarsi, e si confrontò con al regina.
Proprio in quel momento, durante il fuggi fuggi precedente, il maggiordomo della regina si accorse per primo della presenza della rana, e corse immediatamente nella Sala Dei Cimeli dove erano conservati reperti rarissimi, provenienti da ogni parte del mondo, compresa la pipa della rana. Tornando indietro il maggiordomo pensò alla ricca ricompensa che la rana gli avrebbe dato una volta consegnatagli la pipa, e già si stava strofinando le mani dalla gioia.
Proprio durante la disputa tra la rana e la futura regina il maggiordomo entrò in scena con in mano la pipa. La rana gli saltò addosso togliendogli dalle mani l’oggetto tanto cercato da così tanto tempo.
«Ora si che si ragiona» disse la rana e incominciò a fumare la pipa, mentre il maggiordomo, caduto a terra cercava di rimettersi in piedi per prendere la parola.
Ad un certo punto la sfera si staccò dalla coda della creatura e incominciò a rotolare per la stanza fino a fermarsi davanti al maggiordomo che disse «E la mia ricompensa?». La bocca incominciò a spalancarsi più del normale e improvvisamente le persone che furono rapite nel corso della latitanza della rana, che si stima intorno ai novecento anni, mentre le persone rapite poco più di mezzo miliardo, furono catapultate in aria riempiendo l’enorme palazzo dove si stava tenendo la funzione, investendo per primo il povero maggiordomo.
Testimoni raccontano che le persone piovevano letteralmente dal soffitto dell’enorme sala, alcuni erano stati capitolati fuori dalla finestra infrangendone molte, altri vennero proiettati più in là nei giardini del palazzo, altri fin sopra l’enorme fontana di dodici metri, altri ancora finiti sopra i tetti delle case, dei municipi, delle chiese, delle carrozze o dei vagoni dei treni. Altri ancora appesi a testa in giù incastrati tra i rami degli alberi o dei lampioni della città. Alcune furono scaraventate a chilometri di distanza dalla città stessa di Olieta, finendo fino ai Burroni Della Disgrazia, mentre i meno fortunati si dice che stiano ancora sorvolando il mondo da quanto furono sbalzati veloci da quelle fauci maledette.
Da quel giorno della rana si persero le tracce, ma le sparizioni continuano tutt’ora.
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